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Ernst Bloch e Karl Löwith interpreti di Marx, Il Prato, Padova 2005

Diego Fusaro

Uno dei maggiori problemi irrisolti che Karl Marx ha lasciato in eredità ai suoi interpreti riguarda la legittimità della speranza in sede pratica e teoretica, tanto nella cornice del suo pensiero quanto nel più ampio orizzonte della filosofia.


 


L’intera opera marxiana sembra enigmaticamente in bilico tra le opposte dimensioni della scienza e della speranza: quasi come se, per quel che riguarda il tramonto del capitalismo e l’instaurazione della società comunista, sussistesse un’identità tra il «dovere in senso morale» (sollen) e il «dovere in senso fisico» (müssen); con la conseguente aporia per cui, a seconda della prospettiva adottata, ci si trova a sperare in qualcosa che dovrà necessariamente accadere, o a dare una veste scientifica alla speranza. Questa problematica sovrapposizione in Marx delle dimensioni eterogenee della speranza e della scienza può essere chiarita tramite le lenti interpretive di Ernst Bloch e di Karl Löwith: la loro linea interpretativa scorge in Marx il filosofo della speranza più che della scienza, riconoscendo nella sua riflessione un’ineludibile tensione utopica rispetto alla quale la scienza sarebbe un fenomeno secondario e funzionale. Entrambi sostengono la centralità del momento della speranza in Marx, ma in forza delle concezioni antitetiche di questo sentimento che essi fanno valere all’interno della propria riflessione filosofica, finiscono poi per valutarlo in maniera opposta. Tanto per Bloch quanto per Löwith la vera anima del marxismo è la speranza: un’anima che però è letta dal primo come il punto di forza della teoria di Marx, dal secondo come il suo tallone d’Achille.


testo e recensione di Diego Fusaro


data di pubblicazione: dicembre 2005


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