Sulla felicità e la sua ricerca si sprecano fiumi di parole, a volte sensate, a volte completamente fuori luogo; ma cos'è veramente la felicità,
è qualcosa di raggiungibile? E la sua ricerca non è solo perdita di tempo, che allontana le nostre esistenze da un senso autentico del vivere,
se questo esiste? Eppoi è meglio vivere assaporando tutti i momenti della vita, positivi e non, intermedi, annoiati, insensati, curiosi, strani
e normali, tragici, o meglio è cercare... il meglio assoluto, con sforzo e tensione continua? Il film di Muccino, grazioso, tenero, crudele,
come la vita sa essere, mi fa pensare a un'altra visione delle cose; le critiche parlano di un padre che con il suo lavoro fatica non poco a
guadagnare i soldi per sopravvivere, e che dopo vari momenti in cui tocca il fondo, riesce a conquistare un posto ambito, dove si guadagna, e
quindi, parallelo necessario, si è qualcuno, e ancora, si è felici.
Non so se il senso del film sia questo, ma a me non è parso, e da qui
le lodi a Muccino e interpreti vari: la felicità che manifesta il padre nella scena finale non è contraddistinta da una separazione prima-male,
ora-bene, prima fatica, ora soldi e successo, ma è contraddistinta dall'essere un attimo, un istante, un breve momento, quello subito dopo aver
appreso la notizia, di lacrime e gioia, in cui gli sforzi, gli studi, la vicinanza nei momenti peggiori al figlio, le sfighe continue, si sono
condensate nella persona in carne ed ossa. La felicità mi è parsa breve, intensa, nata come ricerca di qualcosa di meglio, ma senza perdere di
vista la faticosa normalità, attimo di esplosione, singolarità che tornerà ad essere assorbita dalla normale vita, non certo promessa eterna,
raggiungimento finale, e tantomeno soldi e successo. Le persone che il protagonista nei momenti difficili guarda come esempi di successo
nella vita, perchè sorridenti e danarose, nella scena finale sono intorno a lui, e non sono sorridenti, ma camminano velocemente nella frenesia
quotidiana. |