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Aprendo e sfogliando un libro scritto
dalla Zambrano, si è immersi invece in un altro mondo, in cui la luce
si assopisce, in cui la metafora e l'accostamento poetico subentrano
al discorso tagliente e netto, in cui il rischio maggiore, rischio
che presenta sia aspetti positivi sia negativi, è quello di perdersi,
di lasciarsi trasportare fino in fondo, di perdere le coordinate tradizionali
per trovarne, o meglio recuperarne altre, dimenticate e finite nell'oblio,
ma rischiarate attraverso l'influsso del testo dal loro torpore sotterraneo.
Il rischio appunto, cui ci portano autori patici, se si vuole dare
una definizione che a me piace molto, autori in un certo qual modo
distaccati dalla filosofia ufficiale, ma forse maggiormente collegati
all'umano esistere, alla quotidianità del vivere, presenti nella nostra
tradizione di pensiero in una posizione di limite, di confine, che
proprio per questo hanno in sé il germe della rinascita, cuore, oltreuomo,
aurora, e proprio per questo soverchiano le modalità moderne di leggere
la vita, gli eventi, l'uomo e la sua storia.
Stare sul confine non da certezze, ma amplifica il rischio, non permette
la chiarezza, ma offusca, non rende la lettura vivida e certa, ma
apre comunque per un momento l'orizzonte alla novità, intesa sempre
come recupero, rivisitazione, rilettura.
E allora il confine diventa una scelta, un sentire più che un pensare,
un sentire che manca qualcosa che la ragione logica, ha escluso nel
tempo, ma che prestando un po' di ascolto è sempre presente in noi,
nel nostro intimo; scegliere di percorrere il confine significa accettarne
il rischio, nulla sarà sicuramente dato, soprattutto volendo avventurarsi
per scoprire, per trovare necessariamente qualcosa, per guardare.
Lì la volontà, il potere, l'io, il soggetto narciso, la conoscenza,
la ragione, si offuscano, e altri mondi entrano in gioco, mondi sommersi
in cui la luce è tenue, non taglia verità, ma modalità intime di contatto,
musiche e numeri che toccano il cuore e il suo ritmo vitale, saperi
dell'anima, filosofie passive ma di azione perché si fanno penetrare
dal vivere.
E' una modalità più femminile di conoscenza, relazionale, rivolta
all'amore e all'altro, inserita nel presente, e allora si comprende
il rifiuto operato dalla tradizione filosofica, modalità maschile,
volontà di operare attivamente sul mondo, manipolare, immaginare,
trovare e inseguire ciò che manca, dedurre e quindi limitare, sezionare
la realtà per vedere il nascosto, uscire dalla caverna, arrivare all'idea,
trovare il conforto, il riparo dal terrore. Riparo più volte trovato
e più volte scoperchiato, ma sempre e sempre ricercato con forme diverse,
mito, filosofia, religione, scienza, ciclicamente, per una questione
di sopravvivenza.
Il fondo filosofico maschile rimane però il senso di nostalgia, di
solitudine, di nulla, di dolore, da cui la filosofa spagnola si distacca
nettamente, indicando la strada per uscirne, per dare una connotazione
differente, di tenue allegria, per rinascere e porre le basi di un
sapere non svincolato dal sentire, dal patire; il tentativo non è
tanto filosofico, quanto politico.
Dalla sua esperienza di esiliata la Zambrano rende l'idea di come
una condizione umana sia il germe di una nuova filosofia, sia tutt'uno
con essa, senza rinnegare nulla, ma anzi facendone una risorsa per
la ricerca del perduto, di ciò che la filosofia ha tagliato fuori.
L'esilio è condizione di straniamento totale, è un vivere sul bordo,
un disnascere, cioè sottrarsi all'impulso fondamentale della vita,
l'espansione, la potenza; e proprio questo però permette di intravedere
altre possibilità, di vagliare e sentire il proprio essere, di rinascere,
di capire il gioco tra libertà e necessità in cui tutti noi siamo
immersi.
E allora le cose nascoste e assopite, esiliate dalla tradizione, rinascono,
prendono forma, nella loro condizione prevalentemente passiva, di
dono: poesia, mistica, guide, fiabe, lettere, apparenze, sacro; la
filosofia, con la sua potente ragione logica e governatrice, si è
da tempo dimenticata del debito che ha verso di esse, della sua radice
costitutiva e successiva possibilità di esistenza, della sua nascita.
Come la nascita porta con se e in se la potenza dello sguardo altrui,
dell'occhio indagatore, che si pone inesorabilmente sul neonato, che
lo identifica e lo inserisce nel mondo come oggetto, la filosofia
porta con se lo stesso elemento, atto primario di conoscenza, forza
primitiva incanalata poi nella luce del pensiero, del giudizio, di
una teoria. Non è forse l'occhio l'elemento da noi celebrato per lungo
tempo come icona del sapere, in passato, ma ancora oggi, basti pensare
all'occhio tecnico di Hal9000 metafora di perfezione e controllo in
2001 Odissea nello Spazio, oppure all'occhio meccanico che si apre
per scrutare l'infinito stellato nella Città della Scienza di Valencia.
La luce che colpisce l'occhio però lo innonda, lo riempe completamente,
lo rende cieco verso ciò che non fa parte della luce stessa, lo rende
unidirezionale, lo chiude dentro un unico punto di vista: occhio,
pensiero, domanda indagatrice, schema intellettuale, io penso, quindi
giudico, dunque sono, sono un soggetto che osserva un oggetto.
Ma ciò esaurisce tutta la dimensione umana?
Dobbiamo porci questa domanda e molte altre se vogliamo comprendere
il passaggio da una forma di conoscenza ad un'altra, che sia attiva,
che possa dare nutrimento alla vita; da cosa si parte o meglio si
riparte?
Non si parte dalla sofistica, in cui il fine del pensare e del dialogare
sembrano essere diventati mezzi per ottenere la vittoria in un dibattito,
non si parte da una posizione di pensiero su qualcosa, non si parte
dalla domanda, richiesta di luce e chiarezza; e il pensare assume
anch'esso una posizione diversa, collegato allo scrivere, dove per
scrivere si intende il tentativo di comunicare il segreto scoperto,
che qualcuno potrà cogliere, tra le righe, sempre in penombra, mai
completamente dichiarato.
Lo scrivere è un legame, una relazione, una possibilità che porta
il pensiero oltre la parola detta, la quale sottintende e limita il
campo, soddisfa un'esigenza momentanea, provoca un immediato distacco
da ciò che si è pronunciato e allo stesso tempo ci imprigiona; ed
è singolare come la nostra autrice, che umilmente si scusa di aver
abbozzato il suo primo libro, parli della scrittura come di un gettare
la maschera contro la falsità, parli dei libri paragonandoli alle
bombe, un libro onesto in fondo viene scagliato dall'autore, e spezza
schemi abituali, come un'ascia che rompe il mare ghiacciato dentro
di noi, secondo una metafora kafkiana.
Lo scrivere non è vanità, ma un far tacere le passioni, nel silenzio
tirar fuori il segreto, atto di fede, comunanza immediata col pubblico,
che prende corpo prima della pubblicazione: libro, scrittore e pubblico
coesistono col segreto ancora inespresso. Scrittura e pensiero fanno
rivivere la dimensione poetica se così interpretate, la dimensione
delle apparenze, ora rivalutate come nella mistica, la dimensione
della metafora, che può definire realtà che non si possono raccogliere
con la logica e che lega al sacro e quindi al passato dimenticato,
che riporta nuovi orizzonti quali quelli del cuore, del ritmo, della
vibrazione, delle viscere, del sangue, abissi e profondità, che tutti
concorrono alla vita, dove ogni organo è collegato e agisce, nel profondo,
sotto l'incessante azione del tempo.
E qui è interessante l'interpretazione della Zambrano: se le viscere
non possono uscire dal tempo pena la morte, la parola crea invece
una discontinuità in esso, una sospensione, tanto che la filosofia
vede il pensiero stesso fuori dal tempo, visione utile a creare il
mondo delle idee governo dei filosofi. Il linguaggio, e qui si può
forse accostare alla visione heideggeriana, non può essere semplice
veicolo di informazione, modalità quasi esclusiva nel nostro tempo,
ma esperienza del possibile, gioco, e quindi solo la poesia può renderlo
tale; ma la Zambrano, vicina a questa visione, lascia aperti altri
spazi, escludendo i procedimenti della retorica come recupero di un
nuovo senso del linguaggio e andando verso una forma incarnata nella
poetica del cuore.
Il cuore che possiede cavità, è un centro di vita, non motore immobile
che non accetta altro in sé, come Aristotele vede il centro, ma motore
mobile, che con il suo movimento ritmico fa scorrere, muove, e col
battito suona, e si collega al tempo e al respiro. E' vaso che contiene
il dolore, che pesa come ogni viscere, ha una massa che piega il tempo
cogliendone il ritmo e catturando lo scorrere della vita, metafora
di una nuova filosofia passiva ma attiva, mediatrice.
Il tempo è possibilità di vivere, non di vita che si fa attraversare,
ma di vivere attivamente, contatto con l'essere che permette alla
persona di dare un proseguimento alla nascita, non semplice decadente
visione di un tempo che toglie, ma possibilità di realizzarsi; tempo
fondamentale per la Zambrano, indicatore di storia, collegato al sogno,
strada di realtà, molteplice nelle sue forme, l'atemporalità dei sogni,
il tempo misurabile, il tempo che si collega all'unità di un senso.
Proprio varcando e cogliendo i diversi aspetti del tempo l'uomo può
cogliere i suoi diversi aspetti e modalità, e può cogliere l'unità
del suo essere.
note:
Devo alla lettura dei seguenti testi la nascita di queste libere
suggestioni, circa un anno fa, e il loro sviluppo successivo.
Maria Zambrano, Chiari del bosco, Feltrinelli, Milano, 1991
Maria Zambrano, Verso un sapere dell'anima, Cortina, Milano, 1996
Maria Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna, 1998
Maria Zambrano, Dell'aurora, Marietti, Genova, 2000
Maria Zambrano, Il sogno creatore, Mondadori, Milano, 2002
inoltre due autrici che hanno parlato di lei e
hanno scritto libri intensi:
Annarosa Buttarelli, Una filosofa innamorata,
Mondadori, Milano, 2004
Rossella Prezzo, Pensare in un'altra luce, Cortina, Milano, 2006
articolo di Cristiano Totaro
data di pubblicazione: novembre 2006
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