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Dalle speculazioni della teologia negativa (Dio non è questo, Dio non è quello) a Spinoza ("Omnis determinatio est negatio"), da Hegel (per il quale la negazione è l'anima stessa della dialettica) a Marx ("la produzione capitalistica genera essa stessa la propria negazione").
Una tale 'pensata' trova il suo fondamento in quello che è il principio fondamentale della logica classica tradizionale: il principio del terzo escluso (A o NON-A):
"Ogni cosa deve essere o non essere, sia nel presente sia nel futuro" scriveva Aristotele nel De interpretatione.
Questa legge è stata per più di duemila anni il parametro di ciò che doveva essere filosoficamente corretto, malgrado abbia sempre sollevato dei dubbi (tangibili in quei paradossi che hanno accompagnato questi due millenni e passa di filosofia, dal 'mucchio di sabbia' di Zenone al 'mentitore di Creta' di Russell), creando inesorabilmente quella frattura ideologica propria della cultura occidentale, caratterizzata da invalicabili distinzioni (teoria/pratica, bene/male, forma/contenuto, ecc.)
Definire ciò che non si conosce negando che sia qualcosa di conosciuto ha forse il vantaggio di orientare la comprensione di questo qualcosa, ma ha di sicuro lo svantaggio di rendere tale comprensione limitata, poiché la bivalenza di siffatta logica porta infine ad una sola legge: o questo o non questo.
Ma se in teoria questa legge può anche avere un certo valore, in pratica le cose cambiano, poiché diventa difficile definire 'aristotelicamente' dei dati di fatto. O meglio, diventa inadeguato trattare con una precisa definizione logica qualcosa che di fatto è confuso. A ben vedere infatti gli scienziati come i filosofi moderni sono in grado di definire solamente due casi su cento di qualcosa.
Come è possibile indicare le varie gradazioni di un chiaroscuro con solo uno di due termini? Bianco o nero? Vero o falso? 1 o 0? Il grigio non esiste.
La logica classica aristotelica non contempla sfumature. E questo, nella vita pratica, diventa un difetto abbastanza notevole, che intacca la perfettibilità teoretica di tale logica, poiché non è dimostrabile che un fatto sia vero o sia falso nel 100% dei casi.
Un esempio: seguendo le 'leggi' della logica binaria, se con in mano una mela diciamo "questa è una mela ", tale enunciato risulta essere vero, così come risulta vero l'enunciato 'questo non è un bastone ' o risulta invece falso dire 'questa è una forchetta '. E fin qui nessuna piega.
Se però diamo un morso alla mela, questa è sempre una mela?
In questo caso, le due uniche risposte a disposizione (VERO e FALSO) della logica tradizionale non sono più sufficienti a descrivere la realtà, che poi è il restante 98(+1)% dei casi.
La logica classica tradizionale considera sempre e solo con due valori qualsiasi cosa, tralasciando tutto il resto.
Nelle filosofie orientali, dove la ragione non obbedisce all'aristotelico principio del terzo escluso, e dove tutto è questione di misura, la definizione di qualcosa che si conosce, così come la comprensione di qualcosa che non si conosce, resta aperta e raccoglie in se ogni sfumatura di qualsiasi caso.

Il simbolo dello Yin-Yang è l'emblema della sfumatura. Esso ignora il principio dell'A o NON-A e apre al mondo del A e NON-A. Dell'A=NON-A La contraddittorietà viene accolta come norma e i due casi della logica aristotelica diventano gli estremi. Il 'bianco' e il 'nero' si trasformano in casi speciali di 'grigio'. Un fatto può essere vero, ma può essere anche falso, più o meno vero o più o meno falso, a volte vero a volte falso, non solo vero ma anche falso. Tutto è questione di misura. Niente è assoluto.
Questo è un principio più antico di quello aristotelico.
Budda contro Aristotele quindi. Oriente e occidente.
Nel secolo scorso Heisenberg, seguendo le intuizioni di Russel, elaborò il 'principio di indeterminazione quantistica' nel tentativo di indicare il comportamento delle più piccole particelle atomiche, aprendo la strada a quella che poi si sarebbe evoluta in Fuzzy Logic, una logica polivalente che considera gli enunciati come veri, falsi e indeterminati.

La logica fuzzy, in poche parole, elude la rigidità della dicotomia 'bianco o nero' e promuove quella flessibilità logica e quella tolleranza dialettica che da sempre hanno permeato la cultura orientale a partire appunto da Budda.
La logica binaria tradizionale traccia una linea di demarcazione tra ciò che è A e ciò che NON è A. La teoria fuzzy, come nel simbolo Yin-Yang, traccia una curva tra gli opposti. La prima è fissa, rigida e chiusa; essa ignora la realtà della vita pratica e pretende che questa gli si conformi. La seconda è dinamica e mutevole, aperta ad accogliere i casi pratici che gli si presentano.

Linea di demarcazione (classica)
Curva di continuità (fuzzy)
Cercare di spiegare 'cosa è una consulenza filosofica ' attraverso il parametro classico occidentale dell'essere o non-essere, porta a ridurre sostanzialmente cosa essa possa effettivamente, nella realtà, essere.
La strada naturalmente più facile per un filosofo è appunto quella della definizione logica. Ma non va percorsa oltremodo poiché essa non potrà mai condurre se non ad uno, massimo due dei 100 casi di tale attività. La definizione logica ha sicuramente un'innegabile utilità in teoria, ma nella pratica le cose cambiano, e poiché la consulenza filosofica è un'attività di pratica filosofica, sarebbe opportuno evitare di affidarsi ad un sistema che considera solo i casi estremi di un fatto.
Sostenere che la consulenza filosofica "non è una psicoterapia", equivale a sostenere che un uomo a 17 anni non è ancora un adulto mentre uno di 19 lo è già da due anni, oppure che una mela morsa non è più una mela.
Vengono allora in mente le parole di Bertrand Russell: "il metodo di postulare ciò che vogliamo far valere ha molti vantaggi. Gli stessi vantaggi del furto sull'onesta fatica".
Anche uno dei più noti consulenti filosofici italiani, Moreno Montanari, durante uno degli incontri del gruppo di Phronesis, ha sostenuto la necessità di un'apertura della consulenza filosofica verso le filosofie orientali. Egli ha mostrato come il contesto bivalente della logica tradizionale occidentale (l'A o il NON-A appunto) sia insufficiente per un fondamento alla pratica filosofica o, quanto meno, inadeguato.
Nel simbolo dell' Yin-Yang si dissolve la differenza tra filosofia teoretica e filosofia pratica, differenza che nel contesto aristotelico è imprescindibile.
La divergenza principale, nell'affrontare la questione della definizione, tra pensiero occidentale (Aristotele) e pensiero orientale (Budda), allora è essenzialmente questa: il primo guarda in modo esclusivo alla forma, ignorando il contenuto, il secondo invece non solo considera il contenuto, ma da tale considerazione ne deriva la forma. Il primo è statico il secondo è dinamico.
Fondamentalmente risulterebbe allora abbastanza fuorviante chiedere ad un filosofo di stampo puramente occidentale cosa sia una consulenza filosofica, poiché egli, in virtù del suo abito mentale, affronterà la questione formalmente, facendola diventare una pseudo-questione. E se interrogato sul contenuto, allora egli non farà altro che indossare le vesti dello psicologo (con una certa riottosità, poiché il filosofo ci tiene a distinguersi da quest'ultimo). Prova ne è il chiamare 'casi' gli interventi di consulenza filosofica e il caratterizzare un consultante in virtù di una sua patologia.
Come fare allora per definire la consulenza filosofica?
E' altresì possibile determinare positivamente i tratti di questa disciplina,
in virtù del periodo storico in cui è sorta e sviluppata (l'ultimo ventennio del secolo scorso) e, conseguentemente
eludendo uno stile definitorio e apodittico, prodotto di quella logica bivalente dell' A o NON-A (l'aristotelico principio del terzo escluso),
riferendosi invece ad un sistema adattativo di determinazione, proprio della logica fuzzy.
La consulenza filosofica nasce come Philosophische Praxis nei primi Anni 80 in Germania, grazie all'attività di Gerd Achenbach, anche se in realtà prodromi di una tale pratica sono rintracciabili fin dal decennio precedente (cfr. [Pollastri, 2001]). L'atteggiamento che va assunto quindi, per delineare una confacente definizione di questa disciplina, non può fare a meno di considerare la 'famigerata' prospettiva post-modernista in cui è sorta. E, se il modernismo è identificabile con la fede nel progresso lineare, nelle verità assolute, nella standardizzazione della conoscenza e della produzione, il post-modernismo predilige "l'eterogeneità e la differenza quali forze liberatrici nella ri-definizione del discorso culturale. La frammentazione e l'indeterminatezza sono il contrassegno del pensiero post-modernista" [Harvey, 1990]. Non è più quindi l'uomo a doversi modellare sulla cultura ma, al contrario, è la cultura che si deve plasmare sull'uomo. In questo senso, una pratica socio-culturale dall'approccio filosofico ha la possibilità di potersi adattare e trasformare: nel far ciò, essa può attingere dal suo repertorio storico così come dalle pratiche che le sono consimili, in particolare quelle psicologiche e psicoanalitiche. Essa può accogliere in sé anche elementi delle filosofie orientali, riconoscere le tradizioni iniziatiche e non disconoscere quelle esoteriche, nutrire un vivo interesse per quelle che sono dette pratiche 'new age' e cibarsi di attualità e di cronaca.
La consulenza filosofica quindi non fa 'diventare', ma 'diventa' essa stessa.
ii) Di conseguenza emerge l'inadeguatezza della logica tradizionale a definire una tale pratica. Il principio del terzo escluso non possiede in questo contesto alcuna valenza cognitiva e proposizioni dichiarative come 'A è uguale a B' oppure 'A non è uguale a B' pretendono una ri-considerazione, che ne sottolinei quella mutevolezza polivalente acquisita nella condizione post-modernista.
iii) E' qui che trova allora significato il riferimento ad un sistema adattativo fuzzy, ai fini di una determinazione di tale pratica. Un simile sistema impara le proprie regole dai dati. Esso apprende dall'esperienza e utilizza i dati nuovi per perfezionare il proprio patrimonio di conoscenze, migliorandone sempre più l'utilizzo, attraverso regole rinnovabili. 'Una corrente di dati alimenta il sistema neurale o statistico e ne escono regole fuzzy ' [Kosko, 1993]
Una definizione fuzzy della consulenza filosofica deve pertanto tenere in considerazione che l'esperienza a cui è esposto il suo oggetto, lo rende dinamico e mutevole. Tanto da risultarne molto spesso inibita, poiché le due proposizioni classiche si troverebbero mutate in i 'A è anche uguale a B' e 'A non è solo uguale a B'.
Per cui, rivisitando le precedenti asserzioni negative sulla consulenza filosofica da un punto di vista fuzzy, dove tutto è questione di misura, si potrebbe allora sostenere che essa 'non è solo una consulenza psicologica ' , oppure che essa 'è anche una psicoterapia ', e anche che 'è una pratica più o meno normativa '.
Non è certamente un normale trattamento psicoterapeutico, così come nemmeno una semplice consulenza psicologica: è piuttosto un processo che agisce direttamente sul modus cogitandi e indirettamente sul modus vivendi del consultante. Il consulente filosofo si propone di disciplinare le modalità del pensiero affinché il consultante modifichi, re-interpretandola, la propria visione della realtà. Questo però non esclude che il consultante ne ricavi effetti benefici a livello psichico come in una terapia, e nemmeno che il consulente decida di farne un'attività normativa in virtù dei risultati ottenuti.
E' il consultante a fornire le linee di sviluppo di una consulenza, e sarà quindi in riferimento a quelle che il consulente applicherà il suo filosofare.
Perché uno chef possa far gustare piatti prelibati ai suoi ospiti, egli deve saper cucinare ogni portata autonomamente ed in modo diverso l'una dall'altra. Questa richiederà una certa dose di spezie, quella invece sarà perfetta con un pizzico di erbe. Solo occasionalmente userà gli stessi ingredienti per due ricette diverse. Non sempre ciò che rende delizioso un piatto può essere usato per insaporirne altrettanto bene un altro. La bravura e la capacità di uno chef quindi dipenderanno in minima misura dagli ingredienti a sua disposizione; e il risultato del suo lavoro sarà essenzialmente frutto di quel complesso di tecniche e esperienze, mosse dalla conoscenza e sostenute dalla creatività, che potremo definire il suo saper cucinare.
Allo stesso modo il consulente filosofo (evitando magari di mangiare i consultanti) dovrà mostrare le proprie capacità nel filosofare, ossia nel fare uso di un insieme di procedimenti e tecniche volti a stimolare una revisione interpretativa della realtà del consultante.
La consulenza filosofica può anche essere riconducibile ad un corso di auto-apprendimento, in cui il consultante, indotto dal filosofo, acquisisce una maggiore cognizione di sé, delle tematiche che dominano la sua realtà e delle dinamiche che muovono i suoi pensieri. In un simile sviluppo, il consultante 'conquista' se stesso attraverso un potenziamento dei propri processi psichici, attuabile nel conseguimento di una disciplina interiore, costruita sopra una serie di tecniche ed esercitazioni che possono anche esorbitare da un contesto puramente filosofico.
In tal senso potrebbe essere indicativa l'esperienza di Steffen Graefe (cfr. Pollastri [2001]), il quale non esclude nella consulenza filosofica l'impiego di metodi coadiuvanti quali le libere associazioni e le interpretazioni dei sogni, forme di meditazione e rilassamento, trattamenti psicofisici come lo yoga e il taichi.
La necessità di una metodologia
Le questioni concernenti l'individuazione di determinate linee metodologiche in cui sviluppare una consulenza filosofica hanno assillato (e lo fanno tuttora) questa pratica sin dalla nascita. La loro oggettivazione ha generato comunque una molteplicità di punti di vista, tale da caratterizzare ognuna una diversa 'scuola'. Tra gli spunti più euristicamente interessanti, oltre il metodo P.E.A.C.E. di Lou Marinoff , rimane senz'altro da segnalare quello esposto nell'opera del filosofo e neuropsicologo israeliano Ran Lahav (a tal proposito rimando alla lettura di Pollastri [2003], in cui se ne fornisce una sintesi illuminante).
A prescindere però da quanto valida possa essere una metodologia rispetto ad un'altra, dobbiamo concordare con lo psicologo Giorgio Nardone nel ritenere quanto sia doveroso un richiamo costruttivista all'umiltà che ogni essere umano, filosofi e terapeuti compresi, dovrebbe avere nei confronti della realtà che lo circonda, poiché essa non potrà mai essere controllata completamente. Come sostiene Ernst von Glasersfeld [1995], ci si deve accontentare di una limitata 'consapevolezza operativa' o capacità di gestire una realtà che, comunque, sfugge ad una conoscenza e spiegazione definitiva.
Quando in auto decidiamo di andare da qualche parte ed è buio, a prescindere dalla conoscenza della destinazione, del passeggero che ci accompagna e della macchina stessa che stiamo per guidare, prima di tutto dobbiamo accendere i fari. Questi ci illumineranno costantemente al massimo una decina di metri prospicienti la nostra vettura. Anche se questa dovrà percorrere svariati chilometri, noi per guidare senza incidenti dovremo fare esclusivamente riferimento a quei pochi metri di strada illuminata che riusciamo a vedere. E questo anche se qualcuno ci avesse dato una mappa precisa al millimetro.
Quella che di seguito potrebbe apparire come una metodologia non è l'insieme dettagliato delle istruzioni da seguire per raggiungere una meta, ma un'esortazione alla necessità impellente di accendere i fari.
Seguendo quanto scritto da A. Poma [2002], gli incontri di consulenza filosofica possono essere condotti tenendo presenti quattro direzioni, che non si escludono l'un l'altra:
1)Direzione teoretica
Quando si induce il consultante a considerare le questioni trattate da una prospettiva puramente teoretica, implicante i concetti: questa direzione, che deve essere sempre in qualche modo presente proprio perché caratterizzante questa attività, comporta una costante opera di astrazione, al fine di giungere alla 'contemplazione delle forme pure', attraverso la depurazione di tutte le connotazioni empiriche, biografiche e contingenti dalla conversazione.
2)Direzione pratica
Quando invece emerge l'esigenza di una considerazione pratica della realtà. Effettivamente è l'interesse pratico 'accompagnato e condizionato da un interesse pragmatico' a muovere spesso il consultante verso il filosofo. Una tale direzione è perseguibile occasionalmente e con molta cautela, dato che in tale dimensione il consulente è esposto ad una luce pregiudiziale. Il filosofo dovrà comunque fare spesso riferimento alla visione 'pratica' del consultante dato che, in questo caso, sarà quella che a cui naturalmente obbediranno i riflessi speculativi del consultante.
3)Direzione ludica
E' naturale che una eventuale direzione ludica coinvolga il consulente filosofo quando è alle prese con pratiche filosofiche come i café-philo e la Philosophy for/with Children, per quanto non è escluso che possa essere presente nella consulenza individuale. In questo senso il filosofo si proporrà di condurre l'incontro assumendo determinate regole e proponendosi determinati obiettivi, come in un gioco appunto. Modalità e tecniche di gioco saranno quindi attivate per sviluppare e sollecitare nuove associazioni teoretiche con la realtà pratica. La direzione ludica e quella teoretica trovano infatti un ideale terreno di incontro nell'uso della 'metafora'.
4)Direzione pragmatica
Per quanto il consulente dovrebbe esimersi dall'espletare un'attività pragmatica, volta cioè all'offerta di tecniche per il raggiungimento di fini estrinsechi (guadagnare più denaro, 'conquistare' affettivamente una persona, raggiungere il successo), è verosimile che egli debba prenderne atto quando il consultante gli proponga un' istanza pragmatica che ha interessanti implicazioni teoretiche, come per esempio migliorare il proprio rapporto con il partner, con i figli, con i colleghi di lavoro.
Per quanto irrilevante possa apparire la stima della durata di una consulenza filosofica, data la molteplicità di 'casi' che si possono presentare al filosofo, è altresì individuabile una serie di condizioni cui fare riferimento.
Una consulenza filosofica ideale si dovrebbe articolare in almeno 3-4 incontri a cadenza settimanale: ogni incontro (o sessione), della durata indicativa di due ore, avrà forma dialogica e sarà concepito sia nell'ottica di stimolare nuove visioni interpretative della vita reale del consultante, sia in quella di valutare eventuali progressi che il consultante sviluppa grazie all'attività individuale propostagli dal consulente.
Ciononostante il filosofo dovrà essere capace di sviluppare la sua consulenza anche, e soprattutto, all'interno di un'unica seduta. Anzi, l'efficacia e la bravura di un consulente filosofico dovrebbero brillare essenzialmente in quel incontro.
E' comunque auspicabile che il consultante decida di 'affidarsi' a tempo indeterminato al sostegno del consulente filosofo. In questo caso il consulente proporrà incontri a cadenza mensile.
La consulenza proposta dal filosofo può attraversare obliquamente tre campi operativi:
a) Il colloquio dialogico (tramite l'incontro diretto tra consulente e cliente).
b) L'aula virtuale (dove il cliente potrà comunicare sia con il consulente filosofo che con gli altri consultanti)
c) Le prescrizioni che il consulente disporrà al consultante alla fine di ogni incontro
Ciò dipenderà comunque da molteplici fattori, primo fra tutti, il corredo informatico del cliente (che gli permetterebbe di sfruttare altri canali di comunicazione alternativa), così come la sua disponibilità a muoversi.
Per quanto riguarda il luogo di una consulenza filosofica è preferibile che il consulente filosofo disponga di uno studio o, quanto meno, di uno spazio concesso da terzi, in cui svolgere la sua attività. Questo non toglie che una consulenza filosofica possa verificarsi altrove (dal domicilio del consultante ad un locale pubblico). Ciò dovrà dipendere esclusivamente dalle esigenze del consultante. Anche se disporrà della classica scrivania, il consulente filosofo avrà cura di svolgere l'incontro preferibilmente seduti su di un sofà o un divano, o ancor meglio su due poltroncine. Questo non solo per distinguere le sue modalità di lavoro da quelle dello psicologo o del medico, quanto per eliminare quegli elementi (in particolare la scrivania) che ostacolerebbero la conversazione filosofica sotto il peso dell'autorità del consulente filosofo. L'ideale sarebbe accogliere il consultante ad una scrivania e poi, dopo aver raccolto i primi dati fondamentali, accomodarsi insieme su di un divano. I due poi torneranno infine sulla scrivania quando sarà il momento delle prescrizioni e del pagamento.
articolo di Jon C. Graziano
data di pubblicazione: giugno 2006
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